Quello che conta è il conto. La ristorazione in tempi di crisi economica
Pubblicato il 14 settembre 2026
Quella dei portafogli vuoti e dei ristoranti pieni è stata, almeno fino ad oggi, la parabola preferita di molti politici ed economisti scettici in Italia per controbattere chi denunciava crisi economiche che impattassero direttamente sulla vita dei normali cittadini. Il ristorante stracolmo era, infatti, il simbolo perfetto, l’esempio empirico che la crisi, qualora ci fosse mai stata, era solo sulle pagine dei giornali e non nella vita reale. Oggi, invece, basterebbe girare qualche ora per le strade di Roma in un quartiere non troppo turistico, per scorgere sale vuote e dehors deserti di decine, centinaia di locali: i ristoranti sono sempre più abbandonati dai clienti e questo, paradossalmente, quando non ci sono (ancora) titoloni di giornali minacciosi come furono una quindicina di anni fa.

Oggi la crisi la viviamo in prima persona, non ci viene raccontata. La viviamo nei conti correnti che si svuotano settimana dopo settimana, per spese che raddoppiano (non solo la benzina) mese dopo mese. L’inflazione è un mostro che gli italiani di una certa età ricordano bene, ma che i trentenni ed i quarantenni di oggi non hanno mai affrontato finora in prima persona, grazie alle politiche europee che l’hanno bloccata per oltre 15 anni. Ma è un mostro che oggi è tornato a ruggire e che si sta divorando i pochi risparmi che le famiglie medie e con sempre meno figli riuscivano fino a poco tempo fa a conservare.

Andare a cena fuori, anche per una pizza, una volta a settimana fino a poco fa era la normalità per una famiglia semplice con mutuo o affitto, oggi è diventato un lusso raro. E quindi viene spontaneo chiedersi: come dobbiamo ricominciare a raccontarla la ristorazione oggi? Come un bene di lusso o dobbiamo rivedere le priorità in base a quella che è la realtà oggettiva dei fatti? Di certo dobbiamo smetterla di raccontare frottole come “il fine dining alla portata di tutti”, che abbiamo scritto e riscritto in questi anni come un mantra e che oggi è solo un’utopia (se le pizzerie sono un lusso per una famiglia che porta a casa 2 mila euro al mese in media di reddito, figuriamoci un ristorante “gourmet”…) e dobbiamo capire una cosa: quello che conta veramente, quello che le persone oggi vedono per prima cosa quando devono scegliere un ristorante è il conto: quello che conta è il “conto”, tutto il resto viene dopo, anche la qualità (purtroppo). Certo, rimane il ruolo e la missione centrale di chi come noi racconta al meglio delle sua professionalità le esperienze migliori da vivere in giro a tavola, e cioè trovare la “qualità” oggettiva di una trattoria, di uno street food, di una pizzeria, raccontando anche nuove e diverse storie (come, ad esempio, il gelataio di quartiere "bimbo friendly" che fa fare merenda ai bambini con meno di 2 euro). L'importante è non perderci più negli inutili orpelli ed elogi fini a sè stessi, come quello per esempio delle materie prime, di cui adesso non gliene frega nulla a nessuno. Perché quello che interessa veramente è quanto si paga e solo poi come si mangia. Almeno qui a Roma abbiamo un vantaggio: lo “famo” alla romana e si divide tutti uguale.
scritto da:
Romano, giornalista, dopo una prima esperienza di giornalismo radiofonico con l'agenzia Econews, ha cominciato ad appassionarsi al grande mondo dell'enogastronomia. Ha contribuito nel 2014 alla redazione della Guida dei Ristoranti di Roma di Puntarella Rossa edita da Newton Compton.