Marina Wahba ci racconta l'Aquila Wine Restaurant di Venezia

Pubblicato il 1 novembre 2026 alle 12:00

Marina Wahba ci racconta l'Aquila Wine Restaurant di Venezia

Marina Wahba ride prima con gli occhi: neri, profondi, di una generosità che si capisce al primo sguardo. Ha una verve grintosa e contagiosa e un passato da fotografa, che le ha lasciato l’occhio per la bellezza e, a giudicare da quello che si mangia da lei, anche il naso e il palato per la bontà.

Dal 2021 guida l’Aquila Wine Bar insieme al fratello Matteo, su Lista di Spagna, la via che parte dalla stazione di Santa Lucia e che quasi tutti percorrono di fretta. Dentro, colori tenui e fiori che cambiano a ogni stagione; in cucina pasta, pane e pizza impastati ogni giorno in casa, e fornelli sempre accesi.

Sono andato a trovarla a pranzo, per una frittura di pesce molto gustosa e due calici, e tra un assaggio e l’altro abbiamo fatto il punto su due anni in cui è cambiato parecchio: la concorrenza, il menù, la carta dei vini. Il futuro, Marina, lo guarda con fiducia.

Marina, partiamo da qui: cos’è cambiato in questi due anni?


Parecchie cose. L’idea di partenza era molto più stretta, molto più italiana. Poi è cambiata la concorrenza: ha aperto un’altra gestione di qua, un’altra di là, e per forza di cose ci siamo dovuti adattare. A me è dispiaciuto molto, però insieme a Matteo, a cui ho lasciato anche un po’ di spazio, siamo riusciti a trovare una quadra.

Tra questi adattamenti c’è stata anche la pizza. Com’è andata?

Sì, all’inizio non l’avevamo e in un contesto come questo non averla era già una scelta. Dopo circa un anno e mezzo l’abbiamo introdotta. Il fatto è che il pubblico che gira qui è ben diverso da quello che trovi altrove: qui è molto di passaggio. Mi sono dovuta adattare, purtroppo.

E l’identità del locale? Ne ha risentito?

No, introdurla è stato facile, perché abbiamo sempre sposato un’idea di italianità che nella Venezia di oggi si sta perdendo. Io vengo da origini egiziane, sono nata e cresciuta qui, però mi sono sempre sentita italiana. Magari non lo sono al cento per cento, e quindi ho voluto provare a insegnare al turista che cos’è il cibo in Italia, tra virgolette.

Da quando c’è la pizza, lavorate di più?

Non è che lavoriamo di più. Capita però il tavolo che la pizza la vuole, e sentirsi dire di no è sempre brutto: meglio accontentare anche la clientela internazionale.

Anche il pubblico è cambiato?

Molto, e me ne rendo conto. Per fortuna ci sono ancora i veneziani. Credo sia una questione sociale, e da quel punto di vista c’è poco da fare.

Chi c’è oggi con te in squadra?

Io e Matteo, poi due ragazze e Luca in sala. E c’è la mamma, un supporto nel momento del bisogno, soprattutto a livello emotivo.

Passiamo alle novità. Che cosa bolle in pentola?

Siamo cambiati molto. A breve cambieremo di nuovo il menù, ne arriva uno più autunnale, e metteremo mano anche alla carta dei vini. Come avrai notato, mi sta piacendo molto dare più spazio al territorio, al Veneto. C’è dell’altro, ma è ancora presto per parlarne.

E il futuro? Una speranza, un progetto, un sogno?

Di sogni ce ne sono sempre tanti. Dipende da come vanno le cose, ma io sono molto fiduciosa. Staremo a vedere..!

  • INTERVISTA

scritto da:

Alvise Salice

Con lo pseudonimo di Kintor racconto da anni i miei intrattenimenti. Sport e hi-tech gli amori di gioventù; mentre oggi trovo che viaggiare alla ricerca di culture, gusti e sapori della terra sia la cosa più bella che c'è. O magari la seconda, via.

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