E accanto ai piatti della tradizione romana, Marco ha scelto di puntare sulla pizza napoletana. «È stata una scelta di testa e di cuore. Nel quartiere tutti fanno la romana, quindi volevamo distinguerci. Abbiamo fatto costruire il forno da un artigiano napoletano, un’opera d’arte. E oggi posso dire con orgoglio che la nostra è tra le più buone di Roma».
«La clientela non l’abbiamo costruita, si è creata da sola».
Quando gli chiedo come si costruisce una community così affezionata, Marco sorride: «Non c’è stato un piano di marketing. È successo in modo naturale. Mi piace chiacchierare, conoscere le persone, ricordarmi i loro nomi, i gusti, le storie. E la gente lo sente. Da me vengono ragazzi, famiglie, professori universitari, persino qualche volto noto… ma qui sono tutti uguali, tutti a casa».
Questo spirito accogliente, però, ha anche un prezzo. «Forse il mio difetto più grande è essere troppo buono» ammette. «Nel mondo della ristorazione dovresti essere più freddo, più distaccato. Ma io non ci riesco. Per me lo staff è come una famiglia. Quando qualcuno sta male, io sto male. Quando uno ha un problema, lo vivo anch’io. Però so che dovrei cambiare un po’».
«Saporito è la mia vita. E anche se costa tanto, non la cambierei».
La giornata tipo di Marco inizia presto e finisce a notte fonda. «Faccio tredici, quattordici ore al giorno. Se manca qualcuno, faccio io: sala, cucina, gestione. Ho imparato tutto sul campo. Non posso delegare molto, perché tutto passa da me. È un impegno enorme, ma quando la gente entra e mi saluta per nome, capisco che ne vale la pena».