Un gelato di qualità che fa bene al quartiere: scopriamo insieme Zelato a San Lorenzo
Pubblicato il 1 dicembre 2026
Ci sono storie che meritano di essere raccontate prendendosi tutto il tempo necessario, perché non parlano solo di un prodotto fatto bene, ma di scelte di vita, di rigenerazione urbana e di una visione etica del commercio. Se ti capita di passare per San Lorenzo, tra un murales storicizzato, una piazza viva e quel viavai continuo di studenti e residenti storici, c'è un posto dove la pausa gelato ha assunto un significato completamente diverso dal solito: Zelato.
Dietro al bancone e al laboratorio non trovi un gelatiere cresciuto fin da ragazzo tra spatole e mantecatori, ma chi per oltre venticinque anni ha vissuto un'altra vita professionale: un economista attivo in organizzazioni internazionali, occupatosi per una vita di sviluppo economico e di Obiettivi ONU 2030. Un percorso solido, di alto profilo, abbandonato a un certo punto per porsi una domanda semplice quanto fondamentale: che tipo di impatto vogliamo avere sul futuro delle nostre città e del mondo in cui viviamo?

L'ispirazione nasce da un'osservazione amara ma tristemente reale: le nostre città si stanno omologando. Che tu sia a Napoli, a Roma o in qualunque altro centro storico italiano ricchissimo di identità e memoria, il rischio di imbattersi sempre negli stessi identici format commerciali è altissimo. Spazi storici che si spengono, vetrine che si svuotano o che riaprono trasformate nell'ennesimo deposito bagagli automatico, in uno spazio per distributori automatici o in un punto ristoro di cibo spazzatura pensato esclusivamente per il mordi-e-fuggi turistico. Niente che parli a chi la città la abita tutti i giorni.
La scintilla scocca al Celio, il quartiere di residenza di Alberto Zezza, il fondatore, proprio a due passi dal Colosseo. Lì c'era una vecchia gelateria rionale ormai lasciata andare. L'idea iniziale era quella di rilevarla per ridarle vita e restituire uno spazio autentico al quartiere. E poco importa se poi la trattativa per quel locale specifico non è andata a buon fine: ormai il seme era piantato. Il gelato era diventato la materia su cui studiare, sperimentare e rimettersi in gioco.
Dopo i primi incoraggianti tentativi e tanto studio per capire se quella passione potesse trasformarsi davvero in un mestiere, la ricerca di una nuova casa ha portato dritto a San Lorenzo. Un approdo quasi casuale, ma rivelatosi una vera e propria benedizione urbana.
San Lorenzo non è un quartiere qualunque. È una zona vibrante, definibile a tutti gli effetti come "croccante", ricca di calore umano e di contrasti. È un luogo dove la stratificazione sociale è fortissima ma viva: ci trovi i bambini delle scuole elementari di zona, i residenti anziani che vivono lì da generazioni, gli studenti della vicina Università La Sapienza e la gente di passaggio.

A differenza di altre zone di Roma più "fredde" e distaccate, San Lorenzo vive le proprie trasformazioni con una profonda consapevolezza. Non sono mancati i timori iniziali, ma la reazione del quartiere è stata calda e accogliente fin dal primo giorno. I residenti si sono detti sollevati nel veder nascere una vera bottega artigianale invece dell'ennesimo locale mordi e fuggi o della solita pizza al taglio. La gente ha riconosciuto immediatamente che dietro quella scelta non c'era una pura operazione commerciale, ma un pensiero strutturato, un'intenzione chiara e la voglia sincera di creare relazioni e fare aggregazione.
Quando si parla del prodotto, la prima cosa da fare è far cadere un grande equivoco. In Italia la dicitura "gelato artigianale" dal punto di vista burocratico e normativo significa poco e niente. Per potersi fregiare di questo titolo, a norma di legge, basta compiere una qualsiasi lavorazione all'interno del proprio laboratorio: persino prendere un semilavorato industriale in polvere o in pasta, aggiungerci acqua o latte e versarlo nel mantecatore. Esistono sicuramente semilavorati di discreta fattura, ma scegliendo quella strada si azzera completamente la parte più stimolante del mestiere: la creatività.
Il paragone è chiarissimo: è la stessa differenza che passa tra una trattoria che si limita a riscaldare un piatto precotto al microonde e uno chef che cucina partendo da zero, scegliendo e dosando gli ingredienti prima di fuochi e padelle.
Studiando a fondo la tecnica e come si combinano le materie prime, Alberto ha scoperto che si può fare il gelato letteralmente di qualsiasi cosa. Per questo motivo, il locale sceglie deliberatamente di non utilizzare claim ad effetto come "gelato artigianale" o "naturale". Preferisce chiamarsi semplicemente gelateria, lasciando che siano la qualità, il gusto e il racconto trasparente del lavoro quotidiano a parlare per sé.
L'anima della gelateria vive in un continuo e raffinato contrappunto: da un lato la solida certezza di tutti i principali gusti tradizionali, dall'altro l'esplorazione di gusti innovativi, spesso declinati giocando con spezie ed erbe e con la loro interazione, ma mantenendo sempre uno stile pulito. Questo racconto di sapori si concretizza in creazioni emblematiche come il latte d'oro con curcuma, cannella e miele di zagara, l'intreccio fresco di bergamotto, basilico e rosmarino e la sferzata imprevista della stracciatella di arachide piccante. La carta dei gusti si spinge poi verso sfumature alcoliche con la pera al calvados, fino a toccare vette d'alta spezieria con la mandorla sale e pepe fatta utilizzando pepe cubebe da Java, acquistato e fornito dall'Emporio delle Spezie di Testaccio.
Dalla precedente carriera nell'ambito dello sviluppo economico e delle organizzazioni internazionali, il fondatore ha trasferito nel laboratorio un concetto fondamentale: la sostenibilità non è solo quella ambientale, ma anche sociale ed economica. Un'attività commerciale che apre in un quartiere storico può fare due cose: contribuire allo snaturamento del tessuto sociale o lavorare ogni giorno per rafforzarlo e contrastare la desertificazione delle comunità.

Per dimostrare che non si tratta di semplice greenwashing o di parole al vento, l'azienda è stata costituita formalmente come Società Benefit. Una scelta di trasparenza quasi unica nel panorama nazionale — si tratta probabilmente della prima o unica gelateria artigianale in Italia con questo assetto giuridico. Non si tratta di una no-profit e non ci sono agevolazioni fiscali di alcun tipo: è una S.r.l. a scopo di lucro che però inserisce a statuto l'impegno a perseguire obiettivi di beneficio comune (li trovi qui).
Questo approccio si traduce concretamente nelle scelte di tutti i giorni:
La frutta di quartiere: la maggior parte della frutta fresca viene acquistata dall'ultimo fruttivendolo rimasto nel mercato rionale del Celio, scelta orientata a sostenere l'unico banco del mercato sopravvissuto alla concorrenza della grande distribuzione.
Panificio e alimentari di zona: la ricotta proviene da uno dei pochi alimentari di qualità rimasti a San Lorenzo, mentre il pane per le preparazioni speciali viene fatto sfornare appositamente da un panificio del quartiere.
Cooperativa sociale Le Lazzarelle: il caffè utilizzato nel gelato arriva da questa cooperativa che opera all'interno del carcere femminile di Napoli, garantendo lavoro, formazione e riscatto sociale a donne detenute o ex detenute.
Agricoltura sociale piemontese: le nocciole sono fornite da una piccola cooperativa sociale del Piemonte impegnata nell'inserimento lavorativo di persone con gravi problematiche psichiatriche.
Piccoli produttori locali: lamponi e more arrivano direttamente da una piccola realtà di frutti di bosco situata nei Castelli Romani, valorizzando il territorio laziale.
Energia 100% da fonti rinnovabili: essendo la produzione di gelato un'attività ad altissima intensità energetica per via delle temperature negative e della refrigerazione, l'energia elettrica fin dal primo giorno viene fornita esclusivamente da una cooperativa elettrica che produce al 100% da fonti rinnovabili.
L'impatto sociale non si ferma alla scelta delle materie prime, ma passa per il sostegno attivo alle associazioni che animano la vita dal basso del quartiere. La gelateria si affianca e collabora regolarmente con realtà come l'Atletico San Lorenzo, l'associazione Il Grande Cocomero, Civico San Lorenzo e altre associazioni attive nel quartiere.
A due anni dall'apertura, la struttura rimane volutamente snella: un affiatato micro-team di due o tre persone diviso tra laboratorio e banco vendita. Eppure i numeri parlano chiaro, con un incremento delle vendite rispetto al primo anno di attività. La produzione segue una logica rigorosa e sostenibile: si produce costantemente in base al consumo effettivo, azzerando completamente gli sprechi di gelato finito.
E se chiedete qual è la visione per i prossimi 10 o 15 anni, la risposta sorprende in un'epoca dominata dall'ossessione per il franchising e la riproducibilità seriale. L'obiettivo non è fare le cose in grande, aprire catene o gestire decine di punti vendita con lo stress di centinaia di dipendenti.
La volontà è quella di rimanere un'attività di quartiere profondamente radicata, economicamente solida e sostenibile, capace di permettere a chi ci lavora di fare cose belle e di qualità mantenendo ritmi di vita equilibrati. Dimostrando che anche attraverso un semplice cono di gelato si può fare cultura, fare comunità e costruire un pezzo di città migliore.
(credits immagini: F. Nieddu e G. Sicca - gentile concessione Zelato)
scritto da:
Giornalista, addetto stampa, web copywriter, social media manager e sognatore dal 1983. Una vita intera dedicata alla parola e alle sue innumerevoli sfaccettature.