Dove il cinema si fa tavola: la scommessa silenziosa del The Cineclub a Roma

Pubblicato il 1 dicembre 2026

Dove il cinema si fa tavola: la scommessa silenziosa del The Cineclub a Roma

Nel cuore della Capitale, un presidio culturale diviso su tre piani unisce proiezioni d'autore, memorie culinarie calabresi e la cucina sincera della chef Giorgia Casubolo. Lontano dalle mode passeggere, un salotto che restituisce al cibo e all'immagine il loro valore più antico: la condivisione.


Per comprendere davvero il rapporto tra Roma e la tavola occorre fare i conti con un tratto distintivo dell'anima capitolina: quel disincanto antico, unito a una sana diffidenza, verso tutto ciò che si presenta con troppi orpelli o con la pretesa di insegnare un nuovo stile di vita. Il lettore e il visitatore romano riconoscono a prima vista la differenza tra un’operazione costruita a tavolino per intercettare le mode del momento e un luogo che possiede, al contrario, un’anima autentica. Negli ultimi anni la geografia della ristorazione cittadina si è arricchita di format spesso identici a se stessi, dove l'estetica prevale sul contenuto e dove l'atto del mangiare viene consumato in fretta. È proprio in questo contesto che la storia del The Cineclub, una realtà nata poco più di due anni fa, merita di essere raccontata non come la semplice apertura di un locale, ma come un piccolo atto di resistenza culturale e umana.

L'idea fondamentale che muove questo spazio non è quella di somministrare cibo accanto a uno schermo proiettato sullo sfondo, ma di ricreare quell'atmosfera calda e informale che un tempo apparteneva ai salotti di casa e ai circoli di quartiere. Un luogo in cui ci si incontra per il piacere di stare insieme, dove il cinema torna a essere un'occasione di discussione e la cucina si fa racconto quotidiano.

Tre livelli per un'unica idea di casa

La struttura del The Cineclub si sviluppa verticalmente su tre piani distinti, ciascuno con una funzione precisa ma tutti legati da un unico filo conduttore. Salendo al piano superiore si incontra una sala espositiva dedicata alle arti visive, pensata per ospitare mostre fotografiche e mostre di pittura. I vernissage non sono mai eventi formali, ma momenti di incontro diretto con gli artisti, che raccontano la genesi delle proprie opere davanti a un bicchiere di vino.


Scendendo di un livello si entra nel cuore pulsante dell'immagine: una vera e propria sala cinematografica d'essai. Qui non ci sono le sedute impersonali dei multisala, ma poltrone accoglienti orientate verso uno schermo di quattro metri con proiezione in 4K. La scelta editoriale è rigorosa: tutti i film vengono proiettati esclusivamente in lingua originale con i sottotitoli in italiano.

Ma la vera peculiarità risiede in ciò che accade quando le luci si riaccendono. La fine della pellicola non coincide quasi mai con l'uscita degli spettatori; al contrario, la sala si trasforma in uno spazio di dibattito vivo, dove il pubblico si ferma a dialogare con chi quel cinema lo crea ogni giorno. Nel corso dei mesi si sono alternati registi e autori del calibro di Gabriele Muccino, Daniele Luchetti, Cristina Comencini e Gabriele Mainetti, dando vita a un confronto informale e generoso che abbatte qualsiasi distanza tra lo schermo e la platea.

Infine, al piano terra, si trova la main area, il punto di fusione tra il circolo e la casa: il luogo custodito dalla chef Giorgia Casubolo, dove il dibattito culturale trova la sua naturale prosecuzione attorno alle proposte della cucina.

Il rito della domenica: coniugare cinema e cucina

Il legame più suggestivo e poetico tra la settima arte e la tavola si compie ogni domenica. In questa giornata la programmazione cinematografica si intreccia in modo indissolubile con l'offerta gastronomica attraverso un esercizio di interpretazione culinaria. La chef e la brigata di bar nei giorni precedenti studiano la pellicola in palinsesto e creano un menù speciale e un signature cocktail dedicato.

Non si tratta quasi mai di una semplice citazione didascalica. Se nel film sono presenti pietanze o scene di banchetto, la cucina le rievoca con fedeltà filologica; se invece il cibo non compare direttamente nell'opera, la chef lavora sulle atmosfere, sulle suggestioni cromatiche o sui tratti psicologici dei personaggi.


Un esempio emblematico è rappresentato dalla serata dedicata ai capolavori di Steven Spielberg come Incontri ravvicinati del terzo tipo ed ET. In quell'occasione, la chef ha tradotto l'immaginario fiabesco e spaziale del film portando in tavola le cosce di pollo in agrodolce affiancate dalla bieta ripassata, introducendo come tocco di nostalgica giocosità i Reese's Pieces, i celebri confetti di cioccolato usati dal piccolo protagonista per stabilire il primo contatto di amicizia con la creatura aliena.

A completare l'esperienza, il bartender Giordano Cocolini ha ideato una rivisitazione del classico Gin Tonic, virandone il colore verso una sfumatura verde brillante grazie all'infusione di erbe aromatiche spontanee della Calabria, trasformando un grande classico della miscelazione in un omaggio visivo e olfattivo al cinema di fantascienza degli anni Ottanta.

Questo percorso di sperimentazione continua di settimana in settimana, passando dalle atmosfere sognanti di Spielberg a quelle ricche e raffinate del Grand Budapest Hotel di Wes Anderson, per il quale la miscelazione propone cocktail ispirati alla tradizione dell'Europa centrale. Il tutto viene proposto al pubblico alla cifra accessibile di 15 euro per la proiezione, il piatto e il drink: una scelta precisa dei fondatori per garantire che la cultura e la buona tavola restino un bene condiviso e non un privilegio per pochi.


A rafforzare questo intreccio interviene anche il format dei Dinner Talk, un podcast registrato dal vivo all'interno del club in cui i protagonisti del cinema italiano si siedono a tavola insieme a esperti di gastronomia, ristoratori e chef anche stellati per raccontare come il cibo è stato rappresentato nella storia del cinema.

Una geografia di affetti: la farina dell'Umbria e il sole della Calabria

Nel resto della settimana, dal giovedì al sabato, il bistrot propone una carta incentrata sulla semplicità e sulla qualità assoluta delle materie prime. L'identità culinaria del locale si fonda su un ponte ideale tra due regioni italiane ricche di storia e di sapori: l'Umbria e la Calabria.

La spina dorsale della proposta è la tradizionale torta al testo, un pane antico cotto su piastra di ghisa o pietra che arriva fresco ogni settimana direttamente da un laboratorio artigianale di Gubbio. Questa base fragrante e genuina diventa il telaio su cui la chef costruisce le sue farcite, attingendo a piene mani da un canale di fornitura diretto con piccoli produttori calabresi, terra d'origine dei gestori.

Dalla Calabria arrivano ingredienti simbolo di una tradizione gastronomica generosa e schietta:

- la vera 'Nduja di Spilinga, lavorata secondo le tecniche contadine tradizionali
- la dolcezza inconfondibile della cipolla rossa di Tropea e del pomodoro di Belmonte Calabro
- il caciocavallo della Sila, formaggio a pasta filata dal sapore profondo e avvolgente
- il peperoncino e le conserve preparate da piccole aziende artigianali

Oltre alle torte al testo, il menù offre piatti che richiamano la cucina di casa e la memoria degli affetti familiari. Tra questi risaltano le polpette della nonna, servite con riso basmati e cicoria fresca ripassata in padella con aglio e olio.


Un piatto unico, completo e confortevole, proposto a soli 10 euro, la cui forza risiede nella materia prima: la carne proviene quotidianamente da allevamenti selezionati, mentre il sugo viene preparato con i pomodori di Belmonte. Grande attenzione è riservata anche alle esigenze vegetariane e vegane, con proposte dedicate come le polpette di tofu artigianale e le lasagne vegetali.

A coronare il pasto c'è un piccolo tesoro della gelateria meridionale: l'autentico Tartufo di Pizzo Calabro. Non una riproduzione industriale, ma il gelato originale sfornato dai laboratori storici della cittadina calabrese, fatto viaggiare fino a Roma tramite una rigorosa catena del freddo e servito in pochissimi e selezionatissimi indirizzi di tutta la Capitale.

La miscelazione d'autore e lo sguardo verso il futuro

Anche il reparto beverage segue la medesima filosofia di ricerca. La selezione dei gin è particolarmente ricca e spazia dalle etichette della tradizione francese a quelle giapponesi, senza mai dimenticare le botaniche del territorio calabrese. I cocktail creati dai bartender in occasione delle proiezioni settimanali vengono poi riproposti nella carta ordinaria, offrendo ai frequentatori la possibilità di ritrovare i sapori scoperti durante le serate cinematografiche.


Di fronte al riscontro positivo ottenuto in questi primi due anni, la tentazione di molti sarebbe quella di espandere il marchio aprendo nuove sedi in altri quartieri di Roma. I fondatori del The Cineclub invece hanno scelto una strada diversa e controcorrente: mantenere l'indirizzo capitolino unico e irrepetibile.

La ragione risiede nel rispetto per la qualità e per la cura artigianale necessaria a far funzionare un luogo simile. La gestione dei contatti diretti con gli autori, la selezione quotidiana degli ingredienti e la presenza costante in sala richiedono un'attenzione che andrebbe inevitabilmente diluita in una catena di locali.

L'orizzonte futuro del progetto guarda piuttosto verso altre regioni d'Italia, in particolare verso il Sud — tra la Puglia e le Marche —, con l'auspicio di portare in città più piccole un modello di aggregazione culturale e conviviale che restituisca al cinema d'autore e alla buona tavola la loro dimensione naturale di incontro.


A Roma, intanto, questo angolo di quartiere continua a custodire ciò di cui abbiamo più bisogno: una poltrona che ti abbraccia, una storia ricamata con la luce e il sapore schietto delle cose fatte per bene. Un luogo che non cerca di stupire con gli effetti speciali, ma che ti restituisce la bellezza antica di sentirsi a casa, anche in mezzo agli altri.

(fonte immagini: gentile concessione The Cineclub - Andrea Di Lorenzo) 

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scritto da:

Angelo Dino Surano

Giornalista, addetto stampa, web copywriter, social media manager e sognatore dal 1983. Una vita intera dedicata alla parola e alle sue innumerevoli sfaccettature.

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