Nostalgia degli anni '90: perché tornare a perdere tempo nei bar 'normali' di Milano

Pubblicato il 22 ottobre 2026

Nostalgia degli anni '90: perché tornare a perdere tempo nei bar 'normali' di Milano

Il bar, che per estetica e anima incarna il tipico stile di vita italiano, sta attraversando un momento di crisi: secondo un’indagine condotta da CONFESERCENTI tra il 2019 e il 2025 sono scomparse ben 24.073 imprese del settore. Un segmento in continua trasformazione che guarda anche ai modelli internazionali importandone le tendenze e, in qualche caso, riscopre anche la tradizione, che alla fine si rivela il modo più semplice per andare avanti.

I vecchi bar di quartiere, i classici degli anni Novanta, costituivano un punto di ritrovo spontaneo: andavi lì, scoprivi chi c’era e aspettavi che accadesse qualcosa o che non accadesse niente. Lo sguardo girava curioso, non pesante sul telefono o pc (come in certi spazi, più simili a centri coworking che a caffetterie). Oggi tutto è cambiato. I posti del dopo lavoro sono diventati luoghi per lavorare, il caffè espresso è stato sostituito dallo specialty coffee e quelle che siamo abituati a chiamare bakery artigianali, una volta erano le vetrinette con le paste. Al bar di quartiere, di norma, tutti condividevano lo stesso spazio, a prescindere dalla professione; oggi frequentare certi locali è diventata questione di status e se in questi luoghi si andava per perdere tempo (che privilegio annoiarsi) oggi, negli stessi spazi, lo si ottimizza il tempo. Nei bar, da sempre presidi di ascolto e sicurezza, adesso sembra dominare la performance (da entrambi i lati del bancone); tutti vicini, ma isolati dalle cuffiette, i clienti pagano consumendo continuamente per acquistare il diritto di occupare uno spazio o partecipare a eventi pensati proprio per rompere queste strane barriere sociali.

Il bar di quartiere: il terzo luogo che ci manca

Al bar di quartiere, negli anni Novanta, ci andavi per restare, e l’assenza di uno scopo costituiva la sua vera ricchezza. Per questo suo specifico tratto, il bar incarna (o almeno incarnava) perfettamente il concetto di “terzo luogo” teorizzato dal sociologo americano Ray Oldenburg nel 1989 (all’interno del libro The Great Good Place): ambienti sociali che si collocano tra casa (primo luogo) e lavoro (secondo luogo). I terzi luoghi sono gli spazi ricreativi e di socializzazione, i caffè, le biblioteche, i parchi, le piazze e tutti quei posti che, proprio oggi, stanno scomparendo, insieme alla possibilità di una socializzazione spontanea, difficilmente sostituibile dalle false modalità di interazione offerte dalle piazze digitali, né da quegli spazi ibridi dove le barriere ambientali si annullano (torniamo ai coworking, che fondono in sé primo, secondo e terzo luogo).

Proprio in mezzo a questa estrema trasformazione, emergono a Milano dei progetti che sembrano andare controcorrente. Oltre alla fortuna ritrovata (e mai persa) di certi locali storici, vetrine su un passato che ci manca moltissimo (penso al Bar Picchio, al Bar Magenta, alla Pasticceria Cucchi o alla Paninoteca De Santis), aprono nuovi posti in grado di conferire nuova vitalità a riti di quartiere che rischierebbero altrimenti di scomparire. È il caso di Bar Normale, un’enoteca aperta a luglio in Via Venini 71 (nel quartiere NoLo) da Roberta Viale e Vincenzo Todaro, che puntano tutto sulla semplicità.

Un nuovo Bar Normale a NoLo

“Da tempo stavamo fantasticando sull’idea di aprire un locale tutto nostro. Volevamo un posto accogliente per i nostri amici e per nuove persone, un luogo dove farle incontrare” racconta Roberta “io e Vincenzo siamo sommelier, il vino è al centro dell’attività, con diverse referenze e produttori, la maggior parte dei quali conosciamo personalmente e con cui abbiamo instaurato un rapporto che va al di là di quello puramente commerciale”. Bar Normale è un locale che riunisce in sé tutti questi aspetti umani e il nome ne è la dichiarazione di intenti: “Avevamo pensato a diversi nomi, più appetibili a livello di marketing, ma nessuno ci rispecchiava veramente. Sarebbero stati furbi e contemporanei, ma non quello che volevamo. Così ci siamo chiesti, perché non far una cosa normale? Quel sarebbe il posto in cui andremmo noi se non fosse nostro? Abbiamo deciso di chiamarlo semplicemente Bar Normale per questo, un nome nato in modo molto organico, coerente con la nostra filosofia”.


La proposta è assolutamente conviviale: oltre alle michette e a piatti semplicissimi ma ben selezionati, il vino viene servito accompagnato da focaccia bianca del Forno Lambrate, farcita in modo essenziale, proprio come si faceva una volta.

Il riscontro del pubblico è stato immediato, e Bar Normale è già diventato il bar di quartiere di cui avevamo davvero bisogno: “L'apertura del bar è nata dalla necessità di prolungare le nostre case e avere un posto dove accogliere tutti i nostri amici. Oggi c'è un riscontro bellissimo: il quartiere si è rivelato incredibilmente propenso all'inclusione. Ancora prima di aprire, mentre eravamo in preparazione, molte persone sono venute di loro spontanea volontà a bussarci alla porta per presentarsi. È un aspetto che ci ha stupito. Vivo a Milano da qualche anno e avevo un po' perso la dimensione di quartiere e di comunità, ma Nolo mi sembra una zona che cerca di preservarla, c'è molta coesione. Tante persone vengono anche da sole, tornano perché sanno che abbiamo diverse referenze al calice e che, passando due o tre volte a settimana, trovano sempre qualcosa di nuovo, comprese le novità nel menu del cibo che si evolve di settimana in settimana. Volevamo consolidare un gruppo di amici preesistente e invece il cerchio si sta allargando tantissimo”.

Milano è nota in tutto il mondo per le sue bellezze urbane e l’eleganza estetica ma, come afferma anche Roberta, “spesso la voglia di essere troppo estetici fa il giro e diventa omologazione. Secondo me ci dovrebbe essere più attenzione al rapporto con il cliente e alla materia prima in sé, rispetto a una forma estetica che, nella sostanza, rischia di essere deviante. La nostra idea fa un po' il verso a tutto questo: vogliamo tornare a una cosa più normale, con meno design e molta più sostanza reale”. E allora, bentornata normalità.



Foto fornite dalla direzione di Normale.

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scritto da:

Beatrice Tagliapietra

Milanese dalla nascita, amo ballare, viaggiare e mangiare. Mi piace la poesia, il cinema e il buon vino (soprattutto se bevuto in compagnia). Odio la convenzionalità e la monotonia mi annoia. Di giorno scopro il mondo, di notte dormo poco e scrivo tanto.

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